Dentro e fuori

Era lì. Davanti allo specchio. Il suo corpo era completamente nudo.
Era lì, pronta a ricordare tutto.

 

Qualcosa, o qualcuno, impattò contro la sua auto. Lo schianto fu tanto forte da distruggerla completamente.
Era ancora viva, ma sotto shock. Stava disperatamente tentando di ritrovare i suoi affetti più cari, in tutto quel caos di rottami.
Doveva, e voleva, accertarsi che tutti stessero bene; era consapevole di trovarsi in torto verso tutti coloro rimasti coinvolti in una tragedia simile. Quale altro folle guiderebbe a quella velocità, al buio e in contromano?
Eppure, non voleva ferire nessuno. Desiderava solamente arrivare ai suoi obiettivi; ma lo ha fatto prendendo una scorciatoia che poche persone avrebbero deciso di percorrere.

Nel buio di quella notte senza fine, il destino ha voluto che qualcuno arrivasse a far luce sul disastro che lei aveva combinato.
Il suo corpo non sembrava riportare ferite gravi, ma aveva molte cicatrici. Da alcune di esse, sgorgava parecchio sangue e, con esso, tutto il dolore che portava dentro di sé.
Si lasciò guidare da quella luce, mettendo in salvo quante più persone possibili.
Poi, cominciò a recuperare alcuni rottami. Voleva rimetterli insieme. Riparare al danno che aveva fatto. Sapeva di poterlo fare.
In fin dei conti, lei stessa costruì quel bolide.

Ci vollero giorni, mesi.
Mesi in cui le ferite non smisero di sanguinare; mesi in cui la sofferenza si fece sempre più atroce e difficile da sopportare; mesi in cui riuscì a capire i suoi errori, tra una lacrima e l’altra.
Quel fascio di luce, che le permetteva di vedere tutto più chiaro, era ancora dietro di lei. Non si spense nemmeno per un istante, durante quei mesi.

Terminato il lavoro di riparazione, il risultato non fu dei migliori. Non era più il bolide di prima, bensì una catapecchia. Un rottame che non si sa quanti altri chilometri avrebbe potuto ancora percorrere.
Sperava di riuscire a riportare tutti, sani e salvi, a casa.
Si rimise nuovamente alla guida, rendendosi conto di quanta potenza e quanta voglia di correre avesse ancora quel motore. Decise, quindi, di premere fino in fondo sull’acceleratore. Ma dimenticò un particolare: la benzina rimasta era davvero poca.

Cominciò a frenare, ma l’auto non rispondeva al comando. Qualcosa era andato storto!
Entrò in una crisi di panico, nel disperato e invano tentativo di frenare quella macchina. Ma quel tratto era in discesa, stavolta. Perfino decelerare risultava impossibile.

In fondo alla strada, qualcosa si mosse. Forse un animale, pronto ad attraversare.

Dopo qualche metro, quel qualcosa prese forma. Era una persona. Un uomo. Tra le mani teneva una luce notturna accesa, con cui illuminava la strada.
Lei riconobbe quel fascio di luce. Era lo stesso che per giorni la aiutò a riparare quella cozzaglia di rottami. Lo stesso che, adesso, portava luce all’interno dell’abitacolo.

Non poteva schiantarsi nuovamente, né voleva coinvolgere l’ennesimo innocente in quella folle corsa.

Tirare la leva del freno a mano sembrava essere l’unico modo per salvare tutti. Se non fosse che il rischio di andare fuori strada e perdere il controllo del veicolo era molto elevato.

Allora, quale soluzione possibile restava a disposizione?

E mentre lei tentava di riflettere, uno dei passeggeri continuava a imprecare su quanto stupida ed egoista fosse stata la scelta di guidare ancora quello schifo di macchina.
Esasperata e in cerca di concentrazione, spinse giù dall’auto quel passeggero. Poco le importava di far del male a chi, per anni, non ha fatto altro che lamentarsi dei suoi modi di agire e di pensare. Le dispiaceva arrivare a una scelta così drastica, ma aveva intenzione di concentrarsi e di fare del suo meglio per fermare il mezzo.

Il tempo passava. E quell’uomo era sempre più vicino, ma non accennava a muoversi.
Ai suoi piedi, poggiò una tanica di benzina rendendo chiare le sue intenzioni.

Sarebbe rimasto lì.
Avrebbe preferito morire lì, pur di continuare a far luce per lei, su quella strada pericolosa.

Lei inspirò profondamente, e prese la sua decisione.
Tirò la leva alla sua destra. Sterzò leggermente a sinistra per poi virare completamente sulla destra.

L’auto continuò ad avanzare di qualche metro, fino a rovesciare la tanica di benzina.

L’aveva fermata! Era riuscita a non coinvolgere ulteriori innocenti. Ma era ancora tremendamente turbata per aver abbandonato un passeggero e per aver messo nuovamente a rischio tutti gli altri.

L’uomo fece qualche passo in avanti, verso di lei. Si accertò delle condizioni della donna e le prestò un primo soccorso. Poi, andò a versare il contenuto della tanica nel serbatoio.

Tornò accanto a lei e restò in attesa di una parola. Di un gesto.

Lei si voltò lentamente. Scese dall’auto e lo abbracciò.

Fu l’unico a pensare di donarle della benzina per andare avanti, pur non conoscendola.
Fu l’unico ad aiutarla, senza chiedere niente in cambio.
Fu l’unico ad offrirle aiuto, senza che lei lo chiedesse.
E lei poté solo proporgli di salire a bordo.

Un istante dopo, si preoccupò di osservare attentamente i tratti di quell’uomo che, come lei, aveva diverse cicatrici sul suo corpo. D’istinto, gli domandò quale sorte fosse toccata ad un buono come lui.

Seguì un attimo di silenzio.
Poi, l’uomo indicò verso la boscaglia. Portò il fascio di luce sulla sua auto, anch’essa andata distrutta.

Era lui. L’uomo che aveva travolto si rivelò essere lo stesso che poi l’aiutò a rialzarsi, mentre lei non si curò minimamente di capire contro chi, o cosa, si fosse schiantata nel buio della notte.

Era lì. Davanti allo specchio. Il suo corpo era completamente nudo.
Un corpo che, per anni, ha indossato l’armatura dell’invincibilità.
Un corpo che, troppo a lungo, è rimasto seduto alla guida di quell’auto che percorreva, al buio e in contromano, su una strada in salita, stretta e isolata.

Qualcosa era cambiato. Qualcosa aveva spezzato l’incantesimo che la teneva prigioniera della sua stessa mente; qualcosa aveva fatto breccia in quell’armatura apparentemente indistruttibile.
Era in una nuova veste. Un nuovo corpo. Una nuova mente.

Era con lui.
Era nuda dentro e fuori.


– Reth.

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